Non crediamo alle coincidenze, su Taranto c'è stata una chiara volontà politica

Dalla relazione della Commissione parlamentare d'inchiesta sul traffico illecito connesso al ciclo dei rifiuti della XVI legislatura si legge, in merito alla regione Puglia che: “La Regione appare funzionare come una sorta di ‘trampolino di lancio’ verso le più disparate destinazioni dei rifiuti illecitamente convogliati verso di essa; con riferimento ai traffici transnazionali, il territorio pugliese viene quindi utilizzato quale mero luogo di transito dei rifiuti. Quando esso stesso - continua lo stralcio - costituisce il sito di destinazione dei rifiuti, l’azione criminale va sovente ricondotta a organizzazioni malavitose radicate in altre regioni, e quindi le attività di indagine prendono le mosse prevalentemente presso le sedi giudiziarie territorialmente competenti”.

Tali attività illecite si sono sviluppate a fronte di un enorme quantitativo di rifiuti che vengono trattati e smaltiti nella Puglia ancora oggi.

Che la Puglia sia una meta di smaltimento per i rifiuti non è solo un percezione delle popolazioni e dei comitati in lotta sul tema, ma una certezza, certificata dai dati ISPRA contenuti nel rapporto 2017.

La Regione si è dotata di una normativa sulla gestione del ciclo dei rifiuti sin dal 2012, e dal 2013 detiene un piano regionale dei rifiuti, attualmente in fase di aggiornamento ed estremamente contestato, il quale è stato del tutto disatteso da buona parte delle amministrazioni provinciali e comunali, con una inerzia a dir poco imbarazzante da parte dell’ente Regione. In merito, anche l’ANAC, con la Delibera n. 215 del 2 marzo 2016, ne ha sancito il fallimento in quanto - scrive ANAC - “la ricostruzione delle complesse vicende riguardanti molteplici comuni della Regione Puglia è rappresentativa del ritardo con cui i soggetti preposti attuano la normativa nazionale e regionale in materia di organizzazione e gestione dei servizi di raccolta, spazzamento e trasporto dei rifiuti nei territori comunali della Regione Puglia”.

Anche la nomina dei commissari ad acta, in genere, non ha assicurato il rispetto delle scadenze dei singoli adempimenti procedurali per giungere con tempestività alla corretta gestione dei rifiuti. In quasi tutti i casi le nomine dei commissari ad acta non erano nient’altro che gli stessi sindaci dei comuni responsabili della pessima gestione del ciclo dei rifiuti. Il prolungato ricorso dei Sindaci alle ordinanze contingibili e urgenti, aventi capacità derogatoria, non è stato conforme all’ordinamento, poiché il protrarsi delle gestioni ‘derogatorie’ dei rifiuti costituisce una violazione delle norme delle direttive europee in materia.

Tra le difficoltà riscontrate nel tracciare in maniera puntuale il traffico sia  in entrata che in uscita dei rifiuti, il quale ad oggi può essere estrapolato attraverso l’analisi delle banche dati MUD, c’è di sicuro quella riguardante la diversa normativa di controllo esistente per i rifiuti speciali e quelli urbani. I primi, ossia gli speciali, detengono una libertà totale di movimento, mentre per i rifiuti urbani vale per legge il principio di prossimità, ossia ognuno deve tenere e gestire i suoi rifiuti in autonomia, a livello regionale o sub-regionale.

Questo in teoria, perché nella pratica, attraverso deroghe e accordi tra Regioni, i rifiuti viaggiano. Tutte le volte in cui è necessario prevenire situazioni di emergenza, quindi praticamente sempre - a discrezione dei decisori politici che poi delegano ai gestori del servizio - si possono stipulare accordi fra Regioni per la spedizione transregionale di rifiuti urbani.  Inoltre, altro stratagemma per sviare i controlli e far perdere le tracce dei flussi di rifiuti, è quello di cambiare l’etichetta al rifiuto stesso, e di conseguenza anche le regole a cui è sottoposto. In soldoni è sufficiente che siano transitati per un centro di trasferimento o che siano stati sottoposti a una operazione di trattamento perché passino da urbani a speciali, e quindi senza vincoli di movimento.

In generale, sono circa 40 milioni le tonnellate di scarti che nel 2016 hanno attraversato l’Italia da una regione all’altra, a bordo di oltre un milione e mezzo di tir. Sono entrate nelle regioni italiane da fuori confine, o dall’estero, oltre 38 milioni di tonnellate di immondizia e sono uscite più di 36 milioni. Senza rischiare di sbagliare si può dire che nel 2016 in Italia hanno viaggiato da una regione all’altra almeno 42 milioni di tonnellate di rifiuti (38 milioni, di cui quasi 6 dall’estero, più altri 4 milioni di immondizia diretta all’estero).

Per ciò che riguarda le discariche adatte ad accogliere rifiuti speciali, operative in Puglia, ce ne sono sei per la categoria dei rifiuti inerti; 12 per i rifiuti non pericolosi e solo una per i rifiuti pericolosi. Desta notevole preoccupazione nella popolazione le numerose discariche illecite o abbandonate che attendono di essere messe in sicurezza e bonificate. Giardinetto nel foggiano, Nubile e Formica nel Brindisino, la Burgesi nel salento, Li Cicci a Manduria e ancora, a Trani, a Giovinazzo e a Conversano, senza considerare quelle che ci stanno facendo incorrere in una procedura di infrazione perché abusive: Ascoli satriano e Lesina nel foggiano, San Pietro Vernotico nel brindisino, Binetto e Santeramo in Colle nel barese per le quali si sono completate solo le caratterizzazioni e in alcuni casi, approvati i progetti di bonifica.

Un capitolo a parte è dedicato alla provincia di Taranto.

Taranto e la sua provincia sono ormai da decenni strette nella morsa non solo dell’industria inquinante ma anche dei siti di smaltimento rifiuti. Una obsoleta gestione degli scarti, attraverso costruzioni, ampliamenti, raddoppi e innalzamenti di discariche e inceneritori, costringe il territorio Tarantino a confrontarsi quotidianamente con problematiche riguardanti la ormai scarsa salubrità del luogo.

Attraverso un breve excursus cercherò di fornire una idea completa di tutti gli impianti che impattano nella provincia pugliese.

In questo complesso e desolante quadro, secondo i dati ISPRA, nella provincia di Taranto vengono smaltiti tra i maggiori quantitativi di rifiuti urbani e speciali d’Italia. Nel 2016, su un totale di circa 1 milione e mezzo di tonnellate di rifiuti urbani e speciali smaltiti in tutta la Regione, ben 1,3 milioni sono solo nel Tarantino. Tale dato è la normale conseguenza anche delle innumerevoli autorizzazioni rilasciate dall’ente Provincia di Taranto agli impianti di smaltimento, con una capacità di gran lunga superiore al proprio fabbisogno provinciale.

Infatti proprio ultimamente, sotto l’amministrazione dell’attuale presidente della Provincia di Taranto, Martino Tamburrano di Forza Italia, vi sono state nuove autorizzazioni, nonostante i pareri contrari di ARPA Puglia. La sezione Pianificazione e Ambiente della Provincia di Taranto, diretta dall’architetto Lorenzo Natile, ha autorizzato la costruzione di un inceneritore fanghi di depurazione da 80mila tonnellate annue a Massafra e due ampliamenti di discariche già esistenti di rifiuti speciali; in seconda battura il raddoppio della discarica Linea Ambiente a Grottaglie ed Italcave, quest’ultima nel perimetro amministrativo del comune di Taranto. È in corso una battaglia tra la cittadinanza e il comune di Massafra contro la Provincia di Taranto, proprio in merito al raddoppio dell’inceneritore di rifiuti dell’Appia Energy del gruppo CISA degli imprenditori Marcegaglia e Albanese. Tale inceneritore si trova vicino a un impianto di Trattamento Meccanico Biologico gestito dal gruppo CISA con annessa discarica di servizio, di cui, tra le altre cose, si è paventato un nuovo ampliamento. A distanza di qualche metro, ma nell’area amministrativa del comune di Statte, è presente una discarica di rifiuti speciali appartenente al medesimo gruppo CISA, e sempre a Statte è in fase di ripartenza l’inceneritore di rifiuti dell’AMIU di Taranto.

La discarica Vergine di Lizzano, nell’isola amministrativa di competenza del comune capoluogo, cioè di Taranto, è attualmente nel mirino della Regione Puglia e dell’Ager, le quali, secondo fonti di stampa, sarebbero interessate alla sua riapertura dopo il sequestro degli impianti senza facoltà d’uso, disposto dalla Magistratura nel febbraio 2014, dopo circa due anni di indagine. A seguito di una perizia, tre campagne monitoraggio effettuate da Arpa e 800 esposti di cittadini e associazioni ambientaliste, la discarica Vergine ha chiuso e pochi giorni fa sono stati rinviati a giudizio i legali rappresentanti di Vergine S.P.A. e Vergine S.R.L., nonché il responsabile tecnico dell’impianto, con accuse a vario titolo di gestione illecita di rifiuti e getto pericoloso di cose. Ad oggi, l’Amministrazione di Taranto ha avanzato domanda di finanziamento per la preliminare messa in sicurezza della discarica e attende lo sblocco dei fondi dalla Regione, l’Ente regionale da parte sua, nella fattispecie l’Ager, sembrerebbe aver sottoscritto con i proprietari del sito una lettera di intenti per l’acquisto dell’impianto. Infine, per la Quarta Sezione del Consiglio di Stato i proprietari dell’area di smaltimento, non sono responsabili dell’inquinamento, e quindi in definitiva non sono tenuti a bonificare il sito, poiché lo stesso era recintato, sotto sequestro e non accessibile direttamente.

E dopo la descrizione dei siti in provincia, vado a esporre il lungo capitolo che vede come protagonista il capoluogo ionico. A Taranto infatti si contano: la piattaforma polifunzionale per stoccaggio, depurazione e smaltimento di rifiuti liquidi pericolosi, ad alto carico organico gestita da Hidrochemical Service, che ha ricevuto anche i rifiuti provenienti dagli impianti ENI in Basilicata. Sempre con lo stesso marchio Hidrochemical, c’è un altro impianto di stoccaggio preliminare di rifiuti liquidi e solidi, anche pericolosi, ubicato lungo la via per Statte, al Km 2. Lì vicino ci sono anche le discariche Ilva, in numero di tre non più in esercizio (ex Cava Cementir, ex Cava Due Mari e Mater Gratiae), mentre due attualmente in uso, denominate Nuove Vasche e un’altra di tipo “B Speciale”, entrambe collocate in area Cave Mater Gratiae, rilasciate a operare con decreto legge e non con il normale procedimento autorizzativo, e sulle quali inoltre grava un capitolo del processo giudiziario Ambiente Svenduto.

E poi ancora l’ex sito Cemerad, una ferita ancora esistente nel territorio di Statte, sempre nella provincia di Taranto. Una questione aperta da oltre 16 anni e che ad oggi risulta essere incompleta sebbene, grazie all’intervento del Commissario per le bonifiche Vera Corbelli, sono stati allontanati dal sito i 660 fusti più pericolosi, di cui 86 contenenti le sorgenti dei filtri Chernobyl. Nel capannone rimangono ancora migliaia di fusti.

Dal rapporto Ecomafie, presentato questa mattina a Bari da Legambiente si evince che la Puglia è la terza regione in Italia con 3.119 reati ambientali nel 2017. In particolare nel settore del ciclo illegale dei rifiuti, la Puglia resta al secondo posto, con 317 sequestri effettuati nel 2017, 811 persone denunciate, 33 arrestate. Foggia e' la provincia più colpita, seconda nella classifica provinciale, con 202 infrazioni. La Puglia, evidenzia il rapporto, rimane la base logistica per traffici internazionali di rifiuti. Gli accertamenti di Guardia di Finanza, Carabinieri, Carabinieri Forestali Capitaneria di Porto hanno consentito di sequestrare milioni di tonnellate di rifiuti smaltiti illecitamente.

In chiusura cito qualche caso riguardante il traffico illecito di rifiuti rimbalzato alle cronache e riguardante alcuni degli impianti industriali che insistono nella provincia di Taranto.

Si potrebbe definire il “triangolo della vergogna” il caso che a settembre 2017 ha visto coinvolti tre grandi colossi dell’industria pugliese. Trentuno indagati per traffico illecito di rifiuti e attività di gestione di rifiuti non autorizzata, per appunto tre colossi industriali i cui affari si sono intrecciati: da un lato la centrale  termoelettrica Federico II di Enel Produzione a Cerano, la Cementir di Taranto e Ilva. In sostanza la Cementir di Taranto, con l’obiettivo di produrre cemento avrebbe acquistato ceneri dalla centrale Enel di Cerano (Brindisi) e loppa d’altoforno dall’Ilva, che immetteva direttamente nel processo produttivo: le prime, però, contenevano olio combustibile e gasolio, e quindi si trattava di rifiuti pericolosi; la seconda era mista a scaglie di ghisa, pietrisco e altro, e dunque non conforme alle leggi in materia ambientale. Così tutti avrebbero risparmiato per anni sullo smaltimento dei rifiuti, in particolare l’Enel che ha gli impianti per separare i tipi di rifiuti ma, secondo l’accusa, non li avrebbe mai utilizzati.

A gennaio 2018 invece, attraverso le intercettazioni effettuate su alcuni esponenti di una cosca affiliata alla ‘Ndrangheta calabrese, si sarebbe scoperto un traffico illecito di scarti industriali e rifiuti tossici provenienti dall’Ilva di Taranto, e diretti non si sa dove con precisione.

Questi pochissimi e relativamente recenti casi per portare all’attenzione di quest’Aula le notevoli criticità ambientali riscontrate in Puglia e nella fattispecie in provincia di Taranto, che devono necessariamente essere chiarite al meglio, perchè noi non crediamo alle coincidenze ma riteniamo che vi sia stata una chiara volontà politica in questi decenni, volta a smaltire e a nascondere in questo straordinario territorio, le vergogne dovute a modelli produttivi anacronistici e a gestioni scellerate; che fino a quando non verranno risolte, non ci permetteranno di dire con certezza di far parte di uno Stato civile.

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Tempo di lettura: 15'

Pubblicato il: 11/07/2018 - 19:59:3


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