Intervento in Aula sul ddl SalvaMare - discussione generale

Grazie Presidente.

Colleghi,

Il provvedimento che ci apprestiamo a discutere racchiude in sé misure molto attese dalla società civile che ormai da tempo, incoraggiata da politiche industriali e ambientali finalmente decise, ha ben chiaro che sia l’ambiente sia l’economia verde sono capaci di stimolare la ricerca e l’innovazione, contribuendo a migliorare la vita di tutti. Finalmente quest’Aula può discutere di provvedimenti legati alla tutela ambientale e alla promozione dell’economia verde.

Gli obiettivi prima che i contenuti del disegno di legge - cosiddetto Salva Mare - sono perfettamente in linea con le valutazioni raggiunte fuori dalle Aule di questo Parlamento. Queste stesse considerazioni che riguardano l’emergenza inquinamento delle acque, in particolare dei mari, sono periodicamente avvalorate da report, ricerche e monitoraggi a dir poco disastrosi. I cittadini, intesi come Amministrazioni comunali, pubblici servizi, Università e scuole primarie e secondarie, lo hanno compreso sin da subito accogliendo con favore la campagna Plastic Free promossa dal ministero dell’Ambiente.

Gli esempi da citare in questo senso sono davvero molteplici, mi vengono in mente le Amministrazioni comunali di Capri, Napoli, Verona, Roma, Milano, solo per citare alcune tra le realtà che hanno dato avvio a iniziative volte al minor consumo di plastica monouso. Oppure le università di Roma Tre, Teramo, della Basilicata e Catania che hanno iniziato a distribuire borracce di alluminio agli studenti.

Insomma questo provvedimento si muove lungo un terreno fertile, soprattutto molto informato, anche grazie ai copiosi dati sull’inquinamento da plastica forniti da organizzazioni ambientaliste, Enti di ricerca e organi tecnici del ministero dell’Ambiente.

Non più tardi di qualche giorno fa, l’ISPRA, insieme al Sistema per la Protezione dell’Ambiente, ha parlato di “situazione grave” riferendosi alla salute dei mari italiani, dove il 77% dei rifiuti presenti in acqua è di plastica, specialmente di tipo monouso. Lo stesso materiale che - secondo l’ultimo Rapporto WWF “Mediterraneo in trappola” - rappresenta oltre il 90% dei danni provocati alla fauna selvatica marina. Secondo i risultati del recentissimo progetto MiCA sulle microplastiche in mare nel bacino del Mediterraneo - parliamo di un percorso di ricerca che ha visto coinvolti gli studiosi dell’Università di Bari insieme alla Marina Militare - la concentrazione maggiore di rifiuti è presente soprattutto nel centro del Mar Ionio, il 75% sui fondali, di cui il 91% è costituito da plastiche.

Tutti questi dati come si traducono nella realtà della biodiversità e degli ecosistemi marini? Non bene, se pensiamo che  la plastica abbandonata in mare, sui nostri litorali o nei fiumi che sfociano degli stessi mari, causa intrappolamento, ingestione, contaminazione e trasporto di specie aliene a scapito delle specie marine.

In tutto questo mare magnum di rifiuti di plastica, l’attrezzatura da pesca abbandonata, persa o dismessa in mare - tra cui funi, reti, trappole - rappresenta una tra le cause principali ai danni della fauna selvatica. Il fenomeno è comunemente conosciuto come ‘pesca fantasma’.

Quest’ultima realtà insieme alla consapevolezza maturata davanti all’ultimo dato - sempre targato ISPRA con SNPA - che riferisce di ben 194 tonnellate di rifiuti rimasti incastrati nelle reti di 224 pescherecci coinvolti dal 2013 al 2019 in due progetti di ricerca, ci porta naturalmente a pensare che la collaborazione dei pescatori in questa grande battaglia di pulizia dei nostri mari sia dirimente, soprattutto nel lungo periodo.

Lo dicevo all’inizio, a livello nazionale ci misuriamo con un grado di conoscenza elevato da parte della società civile che ci chiede a gran voce interventi urgenti per porre rimedio ad un modello di sviluppo disastroso perpetrato per decenni e che oggi pone in evidenza tutti i suoi limiti, ci confrontiamo d’altra parte con un panorama internazionale in alcuni casi già avviato, basti pensare, ad esempio, all’isola greca di Paros, prima in Europa e nel Mediterraneo, a dire gradualmente addio alla plastica.

Per riuscirci è fondamentale puntare anche sulle campagne di sensibilizzazione che, il più delle volte, precedono quelle organizzate per la pulizia volontaria. Entrambe le ipotesi sono contemplate nel disegno di legge Salva Mare e per farlo al meglio abbiamo ulteriormente esteso la possibilità di organizzazione anche ad altri soggetti, quali le associazioni di promozione sociale, quelle sportive di subacquei e i centri diving, in realtà già da tempo impegnati in questa battaglia di pulizia.

Da pugliese mi fa piacere citare le campagne di pulizia dei fondali dell’Area Marina Protetta Isole Tremiti programmate annualmente dall’Ente Parco nazionale del Gargano in collaborazione con alcuni centri diving locali, poi anche della Riserva naturale di Torre Guaceto e dell’Area Marina Protetta di Porto Cesareo. Zona quest’ultima che, proprio lo scorso 10 aprile, ha inaugurato il primo centro di raccolta di rifiuti pescati in mare, grazie anche a un accordo stretto con il ministero dell’Ambiente.

Auspico quindi che il nostro Paese recepisca al più presto la direttiva 904/2019 sulla riduzione dell’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente, la quale promuove inoltre approcci circolari che privilegiano prodotti e sistemi riutilizzabili sostenibili e non tossici, piuttosto che prodotti monouso, con l’obiettivo primario di ridurre la quantità di rifiuti prodotti. Da una parte l’Europa ci indica la strada della messa al bando della plastica monouso a cominciare dal 2021, dall’altra l’Italia, seppure con anni di ritardo rispetto a quanto era necessario fare già un decennio fa, sta finalmente intraprendendo una strada virtuosa.

Il disegno di legge Salva Mare che sulla scia di un’altra direttiva - la 883/2019 - relativa agli impianti portuali di raccolta per il conferimento dei rifiuti delle navi - e grazie all’ottimo lavoro svolto in Commissione Ambiente, qui alla Camera dei Deputati, dove il testo base è stato migliorato ulteriormente, persegue l’obiettivo di favorire: il recupero dei rifiuti accidentalmente pescati nei mari, nei fiumi, nei laghi e lagune, l’organizzazione di campagne volontarie di pulizia del mare, la promozione dell’economia circolare, mediante disposizioni volte a consentire la cessazione della qualifica di rifiuto con specifico riferimento ai rifiuti accidentalmente pescati oppure raccolti nell’ambito delle campagne di pulizia del mare, infine l’incentivazione di campagne di sensibilizzazione sull’intera materia.

Ora, attraverso l’approvazione di un atto normativo tanto atteso quanto utile, abbiamo solo il dovere di accogliere e di non deludere le aspettative di una società civile che anela a una migliore qualità della vita, in termini ambientali e di salute. Questo è il nostro compito, è il nostro lavoro, è un obbligo morale che dobbiamo compiere al meglio non solo per porre rimedio all’attuale stato disastroso ma soprattutto lo dobbiamo fare per garantire i presupposti di un’ottima qualità della vita alle generazioni future.

Un doveroso ringraziamento alle associazioni ambientaliste con cui ci siamo confrontati nel corso di questi mesi e anche ai numerosi centri diving italiani, veri primi custodi del nostro mare! 

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Tempo di lettura: 8'

Pubblicato il: 14/10/2019 - 13:51:0


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